48 ore senza dormire, con lo zaino sulle spalle, il freddo nelle ossa e l’altitudine che ti schiaccia i polmoni. Ma anche 48 ore piene di tramonti incredibili, persone meravigliose e quella sensazione di gratitudine che solo i viaggi sanno regalare. Ecco come il Perù ci ha messe alla prova (e ci ha conquistate).
Il viaggio mio e della mia amica Irene inizia ad Arequipa, nella parte sud del Perù, dove la sera stessa siamo andate a prendere il nostro pullman delle 22:00 (ci hanno cancellato senza motivo quello che avevamo prenotato alle 15:00) e, dopo sei ore di sonno improbabili, alle 4:30 del mattino siamo arrivate a Puno.
Nella nostra testa avevamo pensato: “Ma che vuoi che siano 4 ore in giro, non prendiamo un hotel, siamo giovani” (premessa: alle 8 del mattino avevamo il transfer per la nostra prima avventura). Invece ci siamo trovate in una città gelida e completamente spenta nel bel mezzo della notte.
Prendiamo un taxi e arriviamo a quello che doveva essere il nostro ostello. Chiuso. Beh, alle 4:30 di notte non so cosa ci aspettavamo. Il nostro tassista ce ne consiglia un altro e ci porta lì. Per dormire in una stanza privata vogliono 70 pesos, contratto per 50 (circa 10$) visto che saremmo state lì solo 4 ore.
Ci sistemiamo: stanza congelata, le lenzuola sono bagnate per quanto l’ambiente è umido, niente acqua calda. Sveglia alle 7:30: due ore e mezza per dormire. Molto bene. Ci infiliamo a letto direttamente con i vestiti addosso, inclusi i nostri giacchetti. Dopo 10 minuti di risate data la situazione tragicomica, finalmente ci addormentiamo.
Forse una delle notti più “impegnative” della mia vita. Prendevo sonno e ogni 5 minuti mi risvegliavo a causa dei brividi e della sensazione di umidità che entrava nelle ossa. Per fortuna una piccola tortura durata solo 2 ore circa.
Ci svegliamo, abbiamo fame, nessuna colazione inclusa. Ci laviamo i denti, prendiamo i nostri zaini da 10 kg sulle spalle e le nostre sacche contenenti i camperos che ci portiamo dietro da Dallas, e ci incamminiamo verso il nostro primo ostello (quello che avevamo cancellato perché, furbamente, volevamo passare la notte in stazione ignorando il freddo gelido), dove il transfer sarebbe dovuto venirci a prendere.
Chiediamo se nell’attesa possiamo fare colazione: 8 pesos a testa (2$). Va bene, accettiamo. Un po’ di pane, delle uova e marmellata (ormai la nostra colazione fissa da quasi 20 giorni).
Saliamo in macchina alle 8 in punto, dopo 10 minuti siamo già al porto di Puno sulle rive del Lago Titicaca. Saliamo sulla nostra barchetta, ci sono altre persone con noi provenienti da tutto il mondo.
Siamo pronti per avviarci verso la nostra prima meta e arriviamo così poco dopo alle isole galleggianti. Delle isole “artificiali” risalenti a 70 anni fa e in cui vivono solamente 5 famiglie in questa loro piccola comunità. Vivono di poco, di ciò che la natura offre loro e soprattutto di turismo. Ci accolgono con un gran sorriso, salutandoci nella loro lingua originale, il quechua. Ci mostrano le loro abitudini e le loro case, delle piccole capanne 4 m x 4 in cui è presente solo un materasso e dei piccoli fornelli per cucinare in caso di pioggia. Infine ci salutano cantandoci qualche canzone in diverse lingue, tra cui “Fra Martino” in italiano.
Ci aspettano 2 ore di viaggio in barca per arrivare alla nostra destinazione finale di oggi: l’isola Amantani, in cui vivono circa 4000 persone, le quali non hanno lavoro ma vivono di ciò che il terreno offre loro e soprattutto di turismo. Finalmente arriviamo e veniamo affidate alla nostra famiglia per una notte.
Santos è un signore sulla settantina, mai uscito dalla propria isola, che vive per ciò che la natura gli ha donato e che ringrazia e prega tutti i giorni il suo Dio per questo. Ci fa strada per arrivare a casa sua: saliamo lungo la montagna, con il fiatone e la sensazione di avere i polmoni schiacciati a causa dell’altitudine (circa 4000 m). Nonostante l’età, Santos non sembra avere problemi, mentre noi arranchiamo dietro di lui.
Finalmente eccola qui, casa sua. Ci mostra la nostra camera, una modesta stanza con tre letti e una piccola finestra che affaccia direttamente sul lago. A questo punto si sono fatte quasi le 2 e così ci viene offerto il nostro pranzo: zuppa di quinoa con verdure e un piatto con patate, riso e formaggio. Dopo giorni di cibo spazzatura, eravamo così felici di mangiare finalmente qualcosa di sano.
Santos ci parla della sua vita, della sua comunità, delle tradizioni e dei costumi della sua gente. Nonostante non abbiano praticamente nulla, sembrano comunque essere felici, penso. Ma non starò qui a riportare tutti i miei pensieri e i miei quesiti su un’esistenza felice che mi sono posta in questi giorni, altrimenti diventerebbe un saggio filosofico esistenziale.
Dopo questo bel pranzo ci avviamo alla piazza centrale: gradino dopo gradino e qualche salita, eccoci al centro pulsante dell’isola. Un bar, una scuola, un alimentari e una piccola chiesa (costruita da un italiano negli anni ‘60, o almeno così ci ha rivelato Santos). Siamo stanche, assonnate e con un forte mal di testa, forse dovuto all’altitudine, alle poche ore di sonno o all’umidità.
Rimaniamo al bar, ci prendiamo un tè con foglie di Muna che dovrebbero aiutarci con la respirazione. Cerchiamo di riprenderci e rilassarci qualche momento prima di incamminarci nuovamente verso quella che era casa nostra. Ripercorriamo da sole la stradina e, godendoci un tramonto straordinario direttamente sul Lago Titicaca, rimaniamo senza fiato (letteralmente e metaforicamente) nell’ammirare qualcosa di così poetico e speciale.
Finalmente ci sdraiamo un po’ sui nostri lettini rivestiti da cinque strati di coperte di pile. Ho le labbra blu e il freddo mi è entrato dentro le ossa, ma nonostante ciò guardo la mia compagna di viaggio e non riesco a non sorridere.
Alle 7 ci bussano alla porta: è l’ora di cena e la nostra piccola famiglia ci fa trovare il nostro piatto caldo in tavola. Zuppa, riso e verdure. Siamo felici. Santos, prima di iniziare a mangiare, giunge le mani davanti a lui, si toglie il cappello e abbassa il capo iniziando a pregare nella sua lingua a bassa voce. Non riesco a capire proprio tutto, ma so di certo che abbia pregato anche per le sue amiche italiane. Con gli occhi lucidi e i cuori leggeri mangiamo e ringraziamo anche noi per questo regalo magnifico che la vita ci ha offerto oggi.
Alle 8 siamo nuovamente a letto: stremate, ci avvolgiamo nelle coperte dei nostri letti e cadiamo in un sonno profondo fino alle 6:30 del mattino.
Ecco subito la sveglia: è presto, ci alziamo dal letto con già i nostri vestiti addosso (sì, un po’ zingare devo dire. Con gli stessi vestiti da giorni, ma vi giuro che con quel freddo non ne volevo proprio sapere di cambiarmi). Comunque sia, Santos ci aspetta e sorride: ormai sveglio dalle 3, ci accoglie calorosamente nella stanza da pranzo con una bella colazione abbondante. Sembra pizza fritta con un po’ di marmellata vicino. Come al solito non facciamo complimenti e finiamo tutto il piatto, nonostante fosse bello abbondante.
Poi il nostro amico ci accompagna verso la barca che ci aspetta, per poi infine salutarci con una forte stretta di mano e ringraziandoci della nostra presenza.
Mezz’ora di navigazione e siamo a Taquize, un’isola del Lago Titicaca con circa 2500 abitanti. Vivono di poco, artigianato e turismo. Saliamo lungo la montagna seguendo un percorso quasi tutto in salita per una ventina di minuti. Abbiamo il fiato corto, le gambe stanche, ma riusciamo ad arrivare alla piazza principale. Siamo a 4000 m di altitudine, ho la testa che scoppia come se avessi un martello pneumatico nel cervello. Mi sdraio per terra sperando mi passi.
Intanto si avvicinano alcuni uomini del luogo, con i loro vestiti tipici iniziano a suonare e ballare in circolo. Nonostante la testa dolorante, penso a quanto sia fortunata a vivere un’esperienza del genere e a vedere con i miei occhi una cultura così lontana dalla nostra.
Infine ci dirigiamo in uno dei ristoranti dell’isola: in totale ce ne sono 35, ma ne aprono solo 5 a rotazione per far girare l’economia. Ci ritroviamo davanti a una tavolata che affaccia direttamente sul lago, con questa vista mozzafiato e il sole che, nonostante il freddo, ci accarezza la pelle e ci riscalda dopo questa faticosa ma speciale mattina nel cuore del Perú.
Due ore e mezza di navigazione ci attendono per tornare a Puno. Finalmente riusciamo a dormire per un’oretta e a recuperare le forze; il resto del tempo lo passiamo all’esterno… il sole brucia la pelle, l’acqua è calma e nonostante il motore della barca c’è silenzio, c’è pace.
Arrivate a Puno sono le 15:00, il nostro pullman parte alle 22:00. Con i nostri bagagli dietro cerchiamo di trovare un posto in cui attendere, ma non abbiamo più contanti e nessuno sembra accettare la carta. Riusciamo però a comprarci qualcosa da stuzzicare e ci dirigiamo alla stazione. Troviamo un tavolo di un ristorantino ancora chiuso e ci sistemiamo per trascorrere qui le prossime sei ore. Studiamo, leggiamo, scriviamo e tra una serie e l’altra non manca qualche risata.
Siamo stanche, con poca energia, ma finalmente il ristorante in cui siamo apre e perché non ordinarci qualcosa? Bistecca, verdure, panino con il pollo, panino con l’hamburger (meglio non chiedersi che carne fosse) e qualche tisana. Totale: 10$ a testa.
Pancia piena, testa stanca, capelli sporchi a parte e forse vestiti che andrebbero cambiati, i nostri cuori sono colmi e felici di un’avventura che ancora dobbiamo portare a termine.
Prossima meta? Beh, Cuzco. E per chi, come noi, ha amato Le follie dell’imperatore, c’è solo un modo giusto per dirlo: Cuzcooooo! Sì, è lui!