Ieri sera sono andata a vedere Hamnet – Nel nome del figlio, diretto da Chloé Zhao, e beh… che dire, sono uscita dalla sala completamente devastata. A partire da metà film ho iniziato a piangere senza più fermarmi. La delicatezza con cui Zhao affronta un tema così doloroso come la morte di un figlio mi ha toccato profondamente.
Il perfetto connubio tra natura e intelletto dà vita a una poesia visiva che insegna quanto ciò che ci viene donato possa sfuggirci in un attimo, e come la vita, così come ci viene offerta, possa anche essere tolta. Gli attori sono straordinari, dai bambini fino ai protagonisti: Paul Mescal nei panni di William Shakespeare e Jessie Buckley come Agnes, moglie di William e vera forza della natura del film.
È straordinario il modo in cui mi sono sentita in contatto e legata ad Agnes, immedesimandomi in lei e nel suo dolore, nonostante io non sia ancora madre. La sua forza, la sua dedizione e il suo rispetto continuo nei confronti della natura e della vita stessa, anche quando questa ti viene tolta nel modo peggiore.
Un amore che supera il dolore e ritrova la propria forza in un addio lacerante. Il film costruisce un potente rimando al mito di Orfeo ed Euridice, al gesto del guardarsi un’ultima volta.
Ma, a differenza del mito, in cui Orfeo cede al dubbio e si volta perdendo per sempre la sua amata, qui è Agnes a chiedere di essere vista: “guardami”. William si volta, e in quello sguardo si condensa tutto il lutto, che finalmente trova una via di fuga, dissolvendo il muro invisibile che li teneva distanti.
Hamnet è una di quelle rare pellicole che, una volta terminata e uscita dalla sala, ti fa pensare: “questo è cinema”. Perfettamente riuscito nel suo intento, ti lascia desiderare di parlarne, ma allo stesso tempo di restare in silenzio a riflettere. Ti fa sorridere nonostante la sofferenza. Uno dei film più intensi degli ultimi anni.